Pubblicato il 6 giugno 2018, da:

Benedetto La Marca

Benedetto La Marca
Web Developer, Web Designer e Ecommerce Manager

Con il progetto Job Academy, l’associazione culturale Ingegni, ha portato nelle scuole casalesi un percorso di alfabetizzazione digitale mirato al contenimento di bullismo e cyberbullismo. Una serie di incontri che hanno coinvolto circa 400 studenti delle scuole superiori e medie e diversi insegnanti e genitori. Al percorso – oltre ad Alberto Marello, redattore della nostra testata – hanno partecipato l’imprenditrice Miriam Manassero, l’avvocato Elisa Barbato, la psicologa Sara Deandrea e la designer Marta Bardella. I temi portati avanti dal progetto sono stati adottati da alcuni studenti per essere approfonditi e presentati come tesina per la Maturità. A settembre, poi, l’Academy sarà protagonista di corsi di formazione per gli insegnanti. In questo spazio pubblichiamo la riflessione di Alberto Marello al termine degli incontri con gli studenti monferrini ai social e alle dinamiche tra persone e strumenti digitali.

L’articolo originale pubblicato su “Il Monferrato” dal nostro Alberto Marello

La riservatezza e le generazioni corte

Negli ultimi mesi ho avuto l’opportunità di incontrare circa quattrocento studenti delle medie e delle superiori per discutere di come le nuove tecnologie stanno cambiando il nostro modo (ma soprattutto il loro modo) di comunicare, di raccontare, di informarsi e di capire la realtà che ci circonda. Una cosa mi ha colpito: in nessun caso è stata una lezione frontale. È sempre stato uno scambio. Io (31 anni) ho raccontato il mio mondo digitale e come ho vissuto l’evoluzione dai floppy al cloud, e loro (da 12 a 19 anni) mi hanno spiegato quali sono le loro esigenze, le loro priorità, i loro gusti e lo loro aspettative legate a questa quotidianità sempre più iperconnessa. Su tutto, ciò che più pare evidente, è l’incredibile frammentarietà che c’è tra un’annata e l’altra. Quasi fossero generazioni differenti. Negli ultimi anni è stato stravolto il significato di “generazione”: ridotto non più ad un gruppo di anni ma ad un gruppo di mesi. I ragazzi più grandi (dai 17 in su) usano ancora Facebook come piazza digitale da frequentare e dalla quale trarre informazioni (di ogni genere).

Sotto i 17 anni, però, Facebook è snobbato. È visto come una piattaforma vecchia frequentata da vecchi. «Vorrà mica che io che ho 15 anni vada a mettere i like a uno che ne ha 40!», si è giustificata una studentessa spiegando il perché dell’abbandono di quel social.

I giovanissimi stanno transumando tutti su Instagram. Qualche foto significativa, tantissime Stories. E proprio il concetto di Stories è quello che più affranca gli under 15. Tanti contenuti, tante informazioni, tutto cancellato dall’etere digitale entro 24 ore e danni collaterali abbattuti per la quasi totalità. In breve, per chi non è pratico di questo mondo: se pubblico uno foto su Facebook di una “serata alcolica” le ripercussioni potrebbero essere pesanti e durature. Il post facilmente riproducibile potrebbe diventare una prova schiacciante davanti a genitori, insegnanti, allenatori o datori di lavoro. Ciò che invece è «insalvabile» (termine esatto utilizzato da un giovane di seconda superiore), come le Stories, è meno pericoloso. Tutto, dunque, accade, viene immesso nei canali social ma con un rischio minore di farlo finire tra le mani sbagliate. Le Stories, dunque, sono la nuova frontiera per i giovanissimi. Un nuovo territorio nel quale gli adulti, per il momento, non si sono ancora addentrati. A questo punto la mia riflessione si divide su due fronti: quello del tempo e delle energie impiegate e quello del valore della riservatezza.

Partiamo dal primo. Creare Stories interessanti è un lavoro. Un impegno che potrebbe sottrarre, senza troppi indugi, almeno un’ora al giorno. Foto o brevi video, l’editing, il posting. Un’operazione che viene ripetuta fino a venti o più volte ogni 24 ore. Almeno una volta all’ora se si vuole mantenere un rating di attenzione accettabile. Insomma, si tratta di un impegno mentale e temporale importante. Uno stimolo per la fantasia, certo. Ma tutto questo materiale (se non viene volontariamente salvato e il più delle volte questo non avviene) va perduto. Svanisce, o almeno così garantiscono le piattaforme social che utilizzano questa tecnologia. Un’ora di lavoro al giorno per creare qualcosa che muore nel giro di 24 e la cui utilità è “solo” quella di comunicare costantemente qualcosa e – in rarissimi casi – di generare un profitto attraverso le sponsorizzazioni. Quante volte questa dinamica si è sviluppata negli usi e nei costumi delle precedenti generazioni, quelle che ragionavano in anni e non in mesi? Di questi giovani non resterà traccia digitale se non un generico ricordo in coloro che assiduamente hanno seguito ogni “puntata” delle Stories.

L’altro aspetto, invece, è legato alla privacy. Nei giovanissimi c’è – forse perché costretti dalle contingenze e dalle terribili esperienze vissute da chi li ha preceduti di qualche anno – un ritorno alla riservatezza intesa come valore fondamentale. L’uso delle Stories permette non solo di avere la tranquillità che ciò che stiamo veicolando sparisca dopo poche ore ma anche di monitorare chi le ha viste, decidere chi può visualizzarle e chi no, ma soprattutto venire tempestivamente a conoscenza di chi, in qualche modo (ad esempio con uno screenshot) ha salvato quel nostro materiale e dunque prendere provvedimenti.

Ecco, tutto questo delinea una nuova generazione di social lifer, non più persone che condividono tutto a tutto il mondo ma utenti più astuti, furbi, smaliziati. Che scelgono magari di essere estremi nelle loro condivisioni (alcuni di loro – giovanissimi – hanno confessato di aver «fatto girare» loro nudità) ma il più controllati possibile. Ho avuto l’impressione che, almeno dai 15 ai 17 anni, ci sia una generale presa di coscienza di quelli che possono essere i rischi della rete anche se la maggior parte di loro non conosce nulla dei meccanismi di raccolta dati. Di algoritmi hanno sentito parlare, ma poco o nulla sanno. È un mondo che si complica di giorno in giorno ma è – e sarà – la loro quotidianità e l’importanza di una buona alfabetizzazione digitale è diventata imprescindibile dall’istruzione di base. Arginerà bullismo e cyberbullismo e creerà cittadini digitali migliori contribuendo a dare vita ad una rete più educata e meno pericolosa. Oggi, passatemi la metafora, questi studenti sono giovani che guidano auto potentissime senza aver mai seguito una lezione di guida e senza conoscere le regole della strada. Peggiore – forse per l’età ancora acerba – è la situazione che ho rilevato nelle scuole medie, dove gli strumenti digitali non sono ancora vissuti come mezzi di comunicazione ma come vie di fuga “dall’oppressione” della famiglia e della scuola. E nella foga dell’esigenza di scoprire, gli errori si moltiplicano e le difficoltà nelle quali questi giovanissimi si ritrovano sono spesso pericolose.

Queste tre generazioni separate solo da qualche mese sono accomunate da un contesto genitoriale e scolastico che non riesce a stare al passo di questa evoluzione digitale rapidissima e spietata con chi si distrae anche solo per un secondo. I genitori, più di tutti, spesso gettano le armi. E lo fanno al punto – storia raccontata da un allievo ma che tutti noi abbiamo vissuto – di «piazzare» uno smartphone o un tablet davanti ad un infante per farlo tacere, per distrarlo, per non farlo piangere o urlare. Per assuefarlo, in qualche modo. La scuola, invece, con tutti i suoi limiti e le sue quotidiane difficoltà, questo problema lo ha rilevato e prova, in qualche modo, a versare nelle menti dei suoi allievi gli antidoti di malattie che potrebbero diventare aggressive e pericolose al punto di deviare esistenze intere verso un infinito piano inclinato.

Ripubblicato da “Il Monferrato”

 

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Web Developer, Web Designer e Ecommerce Manager
Web Developer e Web Designer con ottima conoscenza dei principali linguaggi di programmazione. Sviluppo siti web aziendali, personali, blog, e-commerce. Amo la comunicazione e il digital marketing, integrandoli alle attività principali.

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